FRANCESCA ARCHIBUGIIl grande cocomero

IL GRANDE COCOMERO

Presentazione a cura di

Stefano Beccastrini

Il grande cocomero (1993) è il terzo film, dopo Mignon è partita (1988) e Verso sera (1990), di Francesca Archibugi. Nata a Roma nel 1960, diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, poi allieva di Ermanno Olmi, l’Archibugi è regista molto sensibile al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, che narra con pudica partecipazione e sapendo equilibrare sapientemente i momenti commoventi con quelli divertenti.

Il titolo de Il grande cocomero è ripreso dal modo con cui Linus, uno dei Peanuts di Charles Schultz, chiama il mitico personaggio che dovrebbe rendersi visibile ai suoi occhi nella magica notte di Halloween. La vicenda del film è ispirata all’opera di quel bravo medico umanista, troppo presto scomparso, che fu Marco Lombardo Radice, classe 1948, militante sessantottino, romanziere di successo (scrisse, con Camilla Ravera il famoso “Porci con le ali”, libro simpaticamente sporcaccione), poi neuropsichiatra infantile all’Università di Roma. La postuma raccolta dei suoi scritti saggistici, intitolata “Una concretissima utopia”, contiene verità come questa: “Da un punto di vista umano e terapeutico ciò che conta veramente è la capacità di sentire correttamente la richiesta profonda del paziente e di rispondere ad essa”. Fu fondatore della Associazione per il sostegno e il trattamento dei minori con problemi psicologici e psichiatrici e morì, nel 1989, a soli quarantun anni. Uno di quei medici, insomma, che donano orgoglio alla professione e i cui scritti andrebbero consigliati, come manuale di riflessione per gli studenti, in qualunque Facoltà di Medicina che intenda formare medici umanisti e non semplicemente indottrinare banali iatrotecnici.

Il film narra di una dodicenne, Valentina detta Pippi, figlia di due persone arricchite ma culturalmente ed emotivamente povere, che ha avuto una crisi convulsiva e viene perciò ricoverata, con iniziale diagnosi di epilessia, nel reparto di neuropsichiatria infantile diretto da Arturo (Sergio Castellitto), un giovane specialista che si è appena, e dolorosamente, separato dalla moglie. Egli prende in cura la ragazzina ed è colpito dai suoi atteggiamenti ombrosi, che soltanto marginalmente appaiono avere a che fare con una sofferenza di natura esclusivamente epilettica. Pippi è scontrosa e ce l’ha con tutti ma in particolare con i suoi genitori. Arturo decide di tentare una terapia analitica, non convenzionale, fondata sul legame amicale e sulla reciproca fiducia tra medico e paziente, ritenendo che soltanto in un simile scenario affettivo la malattia di Pippi possa essere compresa e curata. La ricerca dei sentimenti che curano e guariscono costa fatica, incertezza, travaglio interiore di natura professionale ma anche personale. Perciò i momenti cruciali della relazione tra i due personaggi, il medico e la bambina, sono, nella prima parte del film, quelli in cui si verificano delle crisi tra loro, quando emergono le incomprensioni, quando Arturo diventa sempre più dubitoso circa la bontà della strategia assistenziale e terapeutica che sta seguendo. Ma pian piano Pippi, che nella sua malattia e nella sua scontrosità aveva trovato un rifugio e una corazza rispetto alla mancanza di comunicazione e d’amore dei suoi genitori, alfine si apre, chiede di rendersi utile in reparto e si mette ad assistere assiduamente e con notevole competenza relazionale una piccola cerebrolesa di sei anni. La sua morte provoca l’ultima crisi di Pippi ma alla fine ella ne uscirà diversa, più forte, più serena. Anche Arturo esce migliorato, meno incerto e più saldo, da questa esperienza e anche i genitori di Pippi si decidono alfine alla separazione, rinunciando a continuare a prendere la malattia della figlia quale alibi per restare assieme seppur di malavoglia. Insomma, il film mostra che una malattia non è mai – e tanto meno quando il paziente è un bambino – soltanto un problema del malato bensì, anche, del contesto e che la guarigione dell’uno dipende anche dalla guarigione dell’altro e viceversa.