NANNI MORETTI
MEDICI
Presentazione a cura di
Stefano Beccastrini
Nanni Moretti, nato a Bolzano nel 1953, esordì come regista cinematografico sul finire degli anni 70, caratterizzandosi subito come autore assai originale, capace di far ridere ma anche di far pensare, orientato verso un cinema dalle forti motivazioni autobiografiche. Tale è anche Medici, terzo episodio del film Caro diario, del 1993.
In esso Moretti, che è stato effettivamente malato di un linfoma di Hodgkin, narra la defatigante odissea, da un medico all’altro, che è stato costretto a fare prima che gli fosse finalmente diagnosticata la sua malattia e venisse opportunamente curato. Fingendo di raccontarla al proprio diario, Moretti la racconta, filmandola, anche a noi.
All’inizio lo si vede in ospedale, mentre sta facendo la sua ultima seduta di chemioterapia e, ormai guarito, decide di filmare la sua travagliata storia di lunghi e inutili pellegrinaggi tra un ambulatorio medico e l’altro. “Un giorno – racconta – cominciai ad avere prurito, soprattutto notturno”. Così comincia il suo calvario.
Si reca da un dermatologo, poi da un altro, poi da un terzo, poi da un allergologo (intanto comincia anche a sudare e dimagrire), poi da un altro dermatologo, poi da un immunologo, poi da un ennesimo dermatologo, poi ricorre a una riflessologa, poi si reca presso un centro di medicina tradizionale cinese. Proprio qui, sentendolo tossire, gli viene consigliata una radiografia del torace. In seguito a essa, fa infine una TAC sulla base della quale gli viene diagnosticato un sarcoma polmonare. Operato, si scopre che il sarcoma per fortuna non c’è affatto ma il chirurgo afferma “Mi gioco una palla che questo è un linfoma di Hodgkin, tutte e due no ma una me la gioco”. E tenne la sua palla perché era proprio un Hodgkin!
Tornato a casa, Moretti legge sull’Enciclopedia Garzanti che “I sintomi del linfoma di Hodgkin sono: prurito, sudore, dimagramento”, come aveva sempre ma inutilmente cercato di spiegare a tutti i medici che l’avevano visitato. Dal che, finalmente guarito, egli conclude che “Di una cosa tutta questa esperienza mi ha convinto: che i medici sanno parlare ma non sanno ascoltare”.
Aldilà del film, ciò è sottolineato anche da varie ricerche di psicologia sociale, dedicate al “profilo sociolinguistico dello squilibrio nella conversazione durante le visite mediche”. Risulta, per esempio, che durante una visita ambulatoriale l’80% del tempo/parola è utilizzato dal medico, così costringendo il paziente a tacere quasi sempre. Ma in tale situazione di forzata afasia del paziente, chi dirà al medico di quel prurito, quel sudore, quel dimagramento che gli permetteranno di capire che si tratta di un linfoma di Hodgkin?
Può essere interessante discuterne insieme, dopo aver visto, insieme, il film.
