MIKE NICHOLS

LA FORZA DELLA MENTE

Mike_Nichols

Presentazione a cura di

STEFANO BECCASTRINI

Mike Nichols (autore, tanto per citare un titolo di vari anni fa,  de Il laureato, 1967, film di culto per la generazione del 68, esordio sullo schermo di Dustin Hoffman) è uno di quei cineasti che, pur non essendo artisticamente grandiosi, stilisticamente inarrivabili, degni di riempire almeno due o tre pagine di qualunque storia del cinema, rappresentano la vera forza del cinema americano (e non esistono nel cinema europeo, fatto di pochi artisti, molti che fanno finta di esserlo e troppi che fanno film senza capo né coda al solo scopo di far sghignazzare un pubblico di bocca buona e mente ristretta). Gente, insomma, di buon mestiere, capace di raccontare storie con robusto piglio narrativo,  di non annoiare mai lo spettatore, di toccare col necessario coraggio temi d’attualità e persino scottanti.

Anche Wit (2001) è così. Il film ha circolato in Italia con il titolo, meno stupido del solito, di La forza della mente. In esso, però, si perde del tutto il richiamo alla poesia di John Donne, l’autore studiato e amato dalla protagonista, che è nota, ai suoi cultori (di cui mi pregio di far parte), come “wit poetry”, poesia dell’ingegno, dello spirito arguto e profondo.

Lei ha un cancro dell’ovaio metastizzato e in fase avanzata”. Sentirsi dire una cosa del genere da un signore che ci guarda dritto negli occhi col suo faccione serioso che riempie lo schermo rappresenta un fatto non usuale, né piacevole, per noi spettatori che ci siamo appena messi a sedere in sala. E’ quanto ci accade andando a vedere questo film. In realtà, o meglio nella filmica finzione, quelle tremende parole, pronunciate da un oncologo,  non sono dirette a noi bensì a Vivien Bearing, donna non più giovanissima, austeramente solitaria, d’intelligenza e cultura profonde nonché studiosa di poesia inglese del 600 e in particolare del metafisico, e arguto, John Donne. Resa forte da tutto ciò, Vivien (una splendida Emma Thompson) accetta la proposta dell’oncologo di ricoverarsi per subire un trattamento terapeutico “molto aggressivo” (parole dell’oncologo), sperimentale, per affrontare il quale occorrerà tanto coraggio ma (ancora parole dell’oncologo)“così lei darà un contributo alla nostra conoscenza”. A casa, Vivien pensa “Sto per diventare una cavia”. Peraltro, fattasi inquilino di quel luogo dalla particolare giurisdizione che è l’ospedale, riesce a lungo a comportarsi da cavia intelligente. Per esempio, analizzando con critico acume la semiologia ospedaliera, con i suoi rituali standardizzati, le sue frasi fatte, le sue logiche perverse (come quella “di farmi credere che ho un cancro insidioso che mi dà effetti collaterali mentre è la loro cura a darmeli”). Stando in ospedale, ossia in un ambiente ove vigono regole di vita e di comunicazione quotidiane completamente diverse da quelle del mondo circostante, che appare lontanissimo nel tempo e nello spazio, ella ripensa alla propria esistenza personale e professionale: l’intenso rapporto infantile col padre il quale, facendole leggere a voce alta le fiabe, le ha insegnato l’amore per le parole (scopre così che “i termini medici sono assai meno evocativi” di quelli della letteratura ma capisce anche che la propria “sola difesa è acquisire il loro vocabolario”); l’incontro con la sua insegnate di letteratura metafisica la quale le aveva fatto comprendere l’importanza, appunto in poesia ma non soltanto, del mettere le virgole invece dei punti quando esse rappresentano, come in Donne,  non la cesura bensì la continuità tra “le barriere invisibili che separano la vita, la morte, la vita eterna”; la propria severità con gli studenti (di cui comincia a pentirsi, ora che, in ospedale, ha conosciuto l’umana fragilità, la paura profonda, il non sentirsi preparata – anche lei – alle prove che l’aspettano). La spostano a tutte le ore del giorno per farle esami e analisi. Le chiedono ogni volta le stesse cose, senza neppure accorgersi dei suoi tentativi di reagire con l’ironia alla condizione di essere diventata, lei che era una grande ricercatrice, a sua volta un semplice oggetto di ricerca (“Come si chiama?” “Lucy contessa di Bedsford” “In cartella non risulta” “Assume etanolo?” “Cosa?” “Alcool” “Sì, bevo vino ogni notte” “Ha rapporti sessuali?” “Qui no”). La sottopongono  a otto cicli di chemioterapia e, perciò, perde i capelli. Un giorno, l’oncologo  chiede ai tirocinanti assiepati attorno al suo letto (che parlano del cancro di Vivien come se esso, e lei stessa, non fosse altro che un oggetto di studio) se hanno notato qualche cambiamento nella paziente, loro rispondono di no e, quand’egli attira la loro attenzione sul fatto che è diventata calva, essi ridono: “Ma questo, si sa, è normale in queste situazioni, non ci si fa più caso!” E così via.

Soltanto Susie, toccante figura d’infermiera di colore, tratta Vivien con umanità e dolcezza, con attenzione e premura alla sua persona e non soltanto alle sue cellule cancerose. Le dice “Cara”, le fa compagnia e le tiene la mano quando la notte non dorme per il dolore e per la paura, mangia con lei il gelato e la pizza. Sarà proprio Susie, alfine, a parlarle per prima, usando il linguaggio di tutti i giorni e non il medichesse, dell’inesorabile avanzata del male e della prospettiva reale, prossima, della morte: “Cosa vorresti che facessimo se il tuo cuore dovesse fermarsi?” “Lasciate che si fermi” “Allora lascialo scritto. Non spetterebbe a me dirti queste cose, spetterebbe ai medici, ma loro non si arrendono mai e ti convincerebbero a firmare il modulo in cui li autorizzi a praticarti ogni tipo di terapia”.

Un film triste, duro da vedersi ma istruttivo, capace di commuovere e far riflettere.

Il trailer che segue è in inglese perché non ne abbiamo trovato uno in italiano, naturalmente verrà proiettata la versione in italiano …